b- L’amore perverso. Cap 24 La bestia umana.

L’AMORE PERVERSO

Note:

Chi è incapace di vivere in società, o non ne ha bisogno perché è sufficiente a sé stesso, o deve essere o una bestia o un dio.
Aristotele, IV sec. a.c.

Cap. 24 LA BESTIA UMANA

 

La sua segregazione era iniziata, era prigioniera in quella casa e soprattutto di quell’uomo.
Calmatasi e resasi conto della situazione in cui si trovava, si lasciò tirare da quella vecchia corda come un collare con guinzaglio al collo e andò su in camera con lui, avendo ancora il singulto e gli occhi umidi.
Entrata, si accasciò sul letto, stanca, sporca ma soprattutto umiliata e si voltò verso il muro tremante a piangere in silenzio. Lui da dietro dopo aver chiuso fuori i cani e salito con lei su in camera, la prese per i capelli, le tirò su il capo con forza facendole male e la baciò con foga sulla bocca, catturandone la lingua tra le labbra e intrecciandola con la sua, grossa , ruvida e senile. Quando la lasciò andare, la strattonò ancora, guardandola con freddezza:
“ Sei il mio giocattolo e ora giocherò con te come e quando lo riterrò più opportuno! “ Esclamò con un modo di fare da bambino, aggiungendo:”E se mi disobbedirai, o cercherai di ribellarti…” Aggiunse facendo una pausa e scivolare la mano sulla corda attorno al suo collo, stringendola con forza fino a far diventar rosso il suo volto:“…sai cosa ti attende! O mi ubbidisci o i cani… Ed ora prendi i tuoi vestiti e vattene! Vai giù a lavare i piatti e a dormire sul divano .” E la spinse giù dal letto piangente.
Daniela di alzò, prese le sue poche cose per poi scappar fuori dalla stanza con la corda della mucca ancora pendente dal suo collo.
Quando fu giù, si mise una tovaglia attorno al corpo per riparare le sue nudità e cercò di togliere quel collare di corda, ma i nodi erano talmente stretti che non ci riuscì e dopo aver lavato tutti i piatti e rimesso in ordine la cucina, si addormentò sul divano sopraffatta dalla stanchezza, con quel guinzaglio provvisorio.
Quella notte dormì male, un sonno angosciato pieno di risvegli agitati e di assopimenti spossati, finchè la stanchezza ebbe il sopravento e verso l’alba si addormentò profondamente.

La mattina dopo , si svegliò e alzò ancora incredula di quello che era avvenuto ed era, ma realizzò subito la realtà e visto che Dolfo era nella stalla, salì al piano di sopra nella sua camera e si vestì veloce, indossando ancora le mutandine e il reggiseno e i suoi abiti, camicetta e un tailleur leggero, vestendosi come era suo solito, rimettendosi anche i suoi accessori, avrebbe provato a fuggire.
Fuori era caldo era una bella giornata, piena di sole di metà luglio.
Quando Dolfo entrò in casa seguito e preceduto dai cani che le giravano attorno e la vide giù vestita come una signora di città, gridando la fece ritornare subito su:
“Via quel vestitoooo !” Urlò:“ Da oggi ti vestirai da contadina!” Le disse gettandole addosso un abito nero con grossi fiori amaranto e bianchi disegnati stile anni 50 e glielo fece indossare senza niente sotto:” Nienteee!!… Devi essere nuda sotto … nemmeno il reggiseno e le mutandine devi avere, te li rimetterai quando andrai via !” Le disse alterato.” E se non mi ubbidisci guai a te!” Esclamò forte irato e con gli occhi fuori.
Daniela cercò di abbozzare una motivazione al perché indossasse i suoi abiti, ma non le fu possibile, così ubbidì contro la sua volontà, mise quel vestito da vecchia contadina, largo, che odorava di naftalina, e probabilmente era stato di sua moglie.
“ E quando farai i lavori metterai il fazzoletto in testa!” Continuò lanciandogliene uno contro:
” Che ti copra dalla fronte al collo, annodato dietro la nuca e non ti voglio vedere addosso bracciali, orecchini e collane… e togliti lo smalto dalle unghie e tagliale!” Gridò.
“ I lavori!?… Che lavori?!” Esclamò stupita Daniela abbozzando:” Ma io sono qui in vacanza, aspetto Alberto! Non saprei nemmeno cosa fare, io faccio un altro genere di lavoro… non so fare la massaia!” Si giustificò. Ma lui freddo le rispose:
“Finchè sarai qui farai quello che ti dirò io! … Ti comando io!” Precisò, proseguendo:” Farai e porterai da mangiare alle bestie oltre che per noi, laverai i piatti e i pavimenti in casa che ne hanno bisogno e altre cose che ti dirò!…”
“Ma come !? “ Mormorò lei stupita e incredula.
“ Si!” Rispose lui .” Cerca di ubbidirmi e non farmi arrabbiare .”Affermò mentre i due grossi cani scodinzolavano girando per la casa.
“Vieni qua!” Le ordinò, mentre lei si avvicinava spaventata, e mettendo le sue grosse mani al collo, con le dita, iniziò a slacciarle il nodo del collare di corda fino a toglierglielo.
“Per ora basta! ..Ma appena mi fai arrabbiare te lo rimetto. Ti tratterò come loro!” Disse facendo segno a Bleck e a Buck che con la lingua fuori la guardavano:” Come una cagna vera… .”
Le diede un paio di calze bianche basse, di lana grossa e un paio di scarponcini già usati
anch’essi della defunta moglie.
Daniela non voleva indossarli , ma lui la prese per il braccio e glielo strinse forte facendole male.
“ Metti queste scarpe e non farmi arrabbiare!”Esclamò. ”Servono a non farti venire le vesciche ai piedi. Vedi che mi preoccupo per te!?” Disse ridendo:“ Il signor Alberto arriverà tra un mese e intanto io con te faccio quello che voglio.”
Daniela lo fissava insistentemente pensando:” E’ pazzo… sono prigioniera di un pazzò… di una bestia umana… .” Mentre l’angolo sinistro delle labbra di Dolfo iniziava ad incurvarsi in un sorrisetto perfido e cattivo.
Era completamente impensabile che la bella signora borghese e direttrice di banca, la dottoressa Daniela un giorno sarebbe finita a far da serva e meretrice ad un vecchio contadino violento e volgare. Eppure, era proprio in quelle condizioni che si trovava ora Daniela, con una veste sporca e miserevole, i capelli aggrovigliati sotto un grosso fazzoletto ed il corpo con alcuni lividi. Era ormai da due giorni in quelle condizioni.
Si era arresa praticamente subito alle sue angherie, sapeva di non poter fuggire per non finire sbranata dai cani e lo serviva a testa bassa cercando di porre quel poco di resistenza solamente quando la picchiava, ma si era scoperta di animo timoroso e arrendevole, sottomissivo con lui.
Da cavalla dura da domare in pochi giorni era diventata accondiscendente.
Qualche volta si rivoltava contro lui, scalciando e graffiandolo, non ottenendo altro di buscarsi una buona dose di lividi sulla sua bella pelle chiara, con le mani o con la cinghia, la sua pelle morbida che stava perdendo il suo profumo particolare oltre che la femminilità del corpo. E poi c’erano i cani, era terrorizzata da loro, non solo perché l’azzannassero, ma soprattutto come diceva Dolfo che la facesse accoppiare sessualmente con essi, che montassero o coprissero come si dice in gergo cinofilo, ed era sgomenta da quella possibilità.
In quel momento Dolfo le diede una pacca sul sedere come facevano gli avventori delle osterie alle serve, facendola sobbalzare e distogliendola dai suoi pensieri. “Avanti, versa ancora da bere!” Le disse mostrandole il bicchiere. Daniela gli versò il vino con gesti rigidi ed automatici guardandolo con odio dritto negli occhi.
Mentre si voltava per allontanarsi, lui si alzò agganciandola con l’avambraccio al collo per poi tornare a sedersi, costringendola ad abbassarsi e inginocchiarsi sul pavimento dandole la schiena. Dalla apertura della scollatura dell’abito, tra i bottoni, le infilò la mano libera sotto il vestito iniziando a muoverla sul seno e a toccarle rudemente la mammella sinistra, la strinse fra le grosse e dure dita saggiandone la pienezza e la morbidezza. Fra l’indice ed il pollice afferrò il capezzolo, iniziando a pizzicarlo e tirarlo ridendo stupidamente.
Daniela flettendo il tronco afferrò il suo avambraccio con entrambe le mani, cercando di sottrarsi al contatto di Dolfo mentre gli manipolava la mammella senza alcuna delicatezza. Ma lui era il doppio rispetto a lei, e più si divincolava, più lui stringeva forte facendole male.
All’improvviso la lasciò dalla morsa dell’avambraccio.
“Vieni qui!” Le ordinò con tono perentorio, facendola sobbalzare e alzandosi.
Ubbidì . Lo seguì, si alzò, ruotò e si avvicinò con cautela, remissiva e senza cenno di ribellione nello sguardo afflitto.
“Spogliati!” Esclamò sorridendo e lascivo, senza smettere di giocare con le mammelle di Daniela ora di fronte a lui. I loro sguardi si incrociarono, quello di lei era fiammeggiante d’ira ed odio, ma le corse un brivido di paura lungo la schiena e restò passiva a farsi manipolare il seno da lui.
Quell’uomo aveva un forte ascendente negativo verso di lei, la terrorizzava come i cani.
“Spogliati!” Le ripetè togliendo la mano dalle mammelle.
Lei alzò lo sguardo e vide Dolfo toccarsi la cintura dei pantaloni con fare allusivo.
Deglutì, iniziando a prendere la veste per il margine inferiore e tirarla su.
Ribellarsi lo reputava un comportamento inutile, ci aveva già provato e non serviva a nulla, gliel’avrebbe fatto fare con la forza e se non ubbidiva l’avrebbe picchiata, e in un colpo solo passandola dalla testa tolse la veste nera a fiori, e in un attimo il corpo fu completamente nudo ed esposto al suo sguardo. Le sue mammelle gonfie , il suo sedere pieno, i fianchi adulti e la figa depilata con un inizio di crescita dei peli.
Il suo corpo dalla bellezza degna di un quadro antico, nella pelle color latte mostrava qualche livido, eppure l’orgoglio e la solidità del suo sguardo non si erano ancora spezzati.
I cani vedendola nuda, cercarono di avvicinarsi, ma un urlo di Dolfo gli fece capire subito chi era il padrone:” Cucciaaaaa!!!!” Urlò, ed essi spaventati si accucciarono agli angoli della casa.
“Bene vedo che i peli incominciano a crescere, presto avrai la figa come piace a me, bella pelosa e anche le gambe e le ascelle… .” Mormorò con una luce eccitata negli occhi.
Le appoggiò una mano sulla spalla spingendola in basso fino a farla inginocchiare di nuovo davanti a lui, fece uscire il suo cazzo senile dalla chiusura dei pantaloni porgendoglielo verso le labbra con uno sguardo che non ammetteva rifiuti.
Lei lo osservò ancora negli occhi, dal basso verso l’alto, poi come accettando la sua volontà, piegò il capo sottomettendosi, chiuse gli occhi, vinse l’odore nauseante di urina e lo prese in bocca spompinandolo fino a farglielo venire duro e nodoso e sborrare sul pavimento.
Soddisfatto Dolfo senza lavarsi , lo rimise dentro dicendo ridendo:” Brava!!… La prossima volta ti vengo in bocca… . Ora pulisci il pavimento!” Lei si alzò e lo fece, poi andò verso la cucina a preparare la cena. Era iniziata la sua sottomissione.

Daniela non poteva esprimersi liberamente senza rischiare punizioni, subiva e accettava quello che gli capitava intorno, solo gli occhi esprimevano i suoi stati d’animo.
Nei giorni, era arrivata a sapere benissimo cosa doveva fare per eccitarlo, glielo aveva detto parecchie volte lui stesso e se non lo faceva la batteva come faceva con la cagna nel recinto che eccitava i cani.
Doveva mettersi davanti a lui nuda accarezzandosi fra le cosce, rammentandogli quello che era stata costretta a subire per lui. Tali pratiche venivano spesso completate da esibizioni nelle quali Daniela si dava piacere da sola o utilizzando oggetti vari con i quali raggiungeva l’orgasmo.
Sapeva benissimo che la visione di lei in quel modo e il racconto che le faceva lo eccitavano, si notava dal rigonfiamento e dal modo di toccarsi costantemente il cavallo dei pantaloni lisi e sporchi e mentre lei involontariamente godeva masturbandosi, lui la guardava con occhi febbricitanti di voglia… .
Quella sera dopo lo scambio di alcune parole adducendo mal di testa andò in camera a piangere e a dormire.
Il giorno dopo Dolfo invitò a casa un suo vicino di contrada, era un ragazzo di 20 anni , poco più grande della sua Sabrina, ma con un cervello piccolo e infantile in un corpo adulto da uomo, che sembrava avesse un’età indefinibile … e da come si comportava sembrava potesse averne dieci o sessanta di anni.
La sua figura era così da sempre, pareva essere nato già adulto e mai invecchiato, tarchiato, tozzo, mani grosse e viso rugoso, eppure mentalmente sembrava un bambino.
Prestava la propria opera come stagionale nelle fattorie della zona, dove oltre ad un modesto compenso, gli veniva dato vitto e alloggio.
Non brillava certo d’intelligenza, anzi! Forse era un po’ tonto, ma per quello che doveva fare nelle campagne, nelle stalle e con gli animali andava più che bene.
Quando fu lì, Daniela lo riconobbe, era il tipo che la molestava quando assisteva assieme ad Alberto alla monta del toro con la giumenta.
Li vide parlottare tra loro e lui che la guardava incredulo con un sorriso stupido, all’improvviso Dolfo le ordinò di spogliarsi nuda davanti a lui. Lei abbozzò resistenza, ma poi con riluttanza lo fece, sapendo che non aveva altre possibilità, mentre quel ragazzo, quel Renzo la guardava meravigliato e incredulo, quasi a bocca aperta, stupito che una donna così bella e cittadina, ubbidisse agli ordini di Dolfo.
Quando fu nuda, la fece mettere al centro della cucina, in modo che Renzo potesse vederla bene, la osservò estasiato e sbigottito, osservandole il culo e le mammelle.
Renzo probabilmente non aveva mai avuto una donna, i suoi impulsi sessuali li sfogava da solo masturbandosi o utilizzando qualche animale disponibile.
Nel vedere Daniela era in confusione e non sapeva più cosa fare, stava li immobile con gli occhi fissi sul basso ventre di Daniela guardandole la figa depilata con l’inizio di crescita dei peli, non potendoseli più rasare per ordine di Dolfo.
Probabilmente non aveva mai visto una figa adulta depilata e le sembrava qualcosa di strano, di eccitante.
“Accarezzala pure!” Le disse Dolfo.
“Davvero posso toccarla?” Rispose lui timido.
“Certamente te lo dico io che puoi. Su toccala che non dirà niente!” Lo esortò.
Lui si avvicinò timidamente allungando il braccio e sfiorando con la mano la sua pelle porcellanata. Ma era impacciato, timoroso di toccare con mano quella donna, ricordava che quando ci aveva provato, lei lo aveva redarguito in malo modo.
Continuava a fissarla tra le gambe, aumentando l’imbarazzo e la vergogna di Daniela a quello sguardo giovane e lascivo.
Strabuzzò gli occhi incredulo di quello che vedeva, di osservare una figa adulta senza peli, per lui
era la prima volta che osservava il sesso di una donna matura, di una bella signora di città completamente depilato, era come Dolfo, abituato a vedere foreste di peli che coprivano la figa nelle contadine e nelle loro figlie.
Mentre parlottavano tra loro, senza che nessuno le dicesse nulla, Daniela veloce , si rimise quel largo vestito, facendolo passare per la testa e aggiustandoselo sul corpo.
“Chi ti ha detto di rivestirti?!” Le urlò Dolfo vedendola con l’abito.
Lei aprì la bocca ma non disse nulla, non sapeva giustificarsi.
“Tiratelo su alla vita!” La rimproverò:“Falle vedere bene la figa al mio amico!” Disse.
Lei ubbidì, tirò il vestito su fino alla vita, lasciando alla vista tutto quello che c’era sotto.
Renzo le guardava la vulva depilata con i leggeri puntini scuri che erano la ricrescita dei peli.
“La rivedremo presto come le nostre donne, con la folta peluria castano scuro!” Esclamò Dolfo sorridente.
La figa di Daniela era perfetta, quasi liscia, con la fessura che divideva in due grandi labbra la vulva leggermente dischiusa dall’eccitazione e umida probabilmente dal piacere interno e involontario. Sembrava una conchiglia di madreperla con il suo tesoro di umori dentro che brillavano e… si intonava molto con la sua carnagione chiara.
Lungo le gambe, la pelle era liscia e distesa senza segni di smagliature o cellulite, frutto di creme ginnastica e massaggi mirati, solo qualche ecchimosi stonava con il pallore e la peluria che iniziava a crescere sulle gambe, sulla figa e le ascelle.
“Che bella!” Esclamò Renzo esagitato.”Posso toccarla!?” Ripetè.
“Certo, ti ho detto di si, è mia!” Rispose Dolfo deciso come se ne fosse il padrone.
Senza dire parola Renzo si avvicino e tremante allungò la mano appoggiandola sopra la sua vulva calda, l’accarezzo provocando disagio e turbamento a Daniela. Era la prima volta che gliela accarezza un ragazzo.
Preso dall’impeto, Renzo infilò la mano sotto il vestito, salendo su internamente, facendo venire le sue dita a contatto col seno, caldo e morbido.
Sentirsi toccare la pelle delicata da quel giovane, la fece trasalire, voleva dire qualcosa per fermarlo, ma temeva che Dolfo si arrabbiasse, era in suo completo potere.
E comunque:” Meglio farsi toccare da lui , che farsi leccare dal cane.” Pensò.
“Che fa Renzo?“ Chiese fingendo ingenuità Daniela, questa volta sorridendogli dolcemente, cercando di farselo amico e non come la prima volta davanti alla monta del toro che lo cacciò via in malo modo.
“Nulla! Ma lei è così bella signora. “ Rispose lui impacciato, sovrastato dalla voce forte di Dolfo che esclamò volgarmente:
“Fagli un pompino!”
Lei a quella richiesta si irrigidì avrebbe voluto rispondergli di no… ma non lo fece, sapeva che sarebbe stato inutile .
“Davvero me lo fa?!” Esclamò Renzo girandosi incredulo verso Dolfo, con la voce calda e lo sguardo allibito e ingenuo nello stesso tempo.
“Si te lo fa!” Ripetè Dolfo e vedendo che Renzo impacciato e timido non si muoveva, esortando Daniela disse ancora:“ Su! Falle qualcosa tu al mio amico!“
Dovette essere lei a prendere l’iniziativa e, vincendo la ritrosia di quel ragazzo indecifrabile, si avvicinò a lui.
“Spoglialo!” Le ordinò Dolfo mentre Renzo guardava e ascoltava esterrefatto lui che la
comandava.
“Ma davvero mi fa un pompino?” Chiese .
“Certo!” Rispose Dolfo:” Sei mio amico. Tirati giù i pantaloni.”
“Sei d’accordo?” Chiese Renzo stupidamente a Daniela con voce tremante e imbarazzata, stupefatto.
Lei si guardò in giro, incrociò lo sguardo freddo e tagliente di Dolfo e quello cattivo dei cani che la
osservavano e abbozzando un falso sorriso muovendo la testa esclamò:
“Si! Si! Sono d’accordo.” Rispose con gli occhi lucidi, nel mentre Renzo con il suo ghigno da ragazzo deficiente cercava di slacciarsi la cintura dei pantaloni.
“Che bellooo!!” Esclamò incredulo guardando Dolfo:” La bella signora mi fa un pompino!!”
Emozionato era in difficoltà a slacciare quella vecchia cintura di pelle lisa, Daniela lo aiutò, gliela slacciò lei, lasciandogli cadere i pantaloni ai piedi, mettendo in mostra delle mutande con l’alone giallo, macchiate d’urina e stupita lo osservò. Sembrava essere una loro caratteristica avere le mutandine sporche e macchiate di piscio. Erano bianche spesse a slip, che lei non aveva mai visto indossate a un uomo giovane. Erano di cotone a coste fine e portavano una cucitura ribattuta,
triangolare davanti sul pube, macchiata gialla d’urina, dove un lato era aperto con un foro , per permettere la fuoriuscita del pene per urinare.
Su esortazione di Dolfo, tirò giù anche quelle, facendo uscire un cazzo già duro e grosso che le oscillava davanti.
Renzo non brillava per la pulizia con il lavoro che faceva , come a Dolfo l’odore di selvatico e stantio ormai gli era penetrato nella pelle.
Avrebbe voluto fuggire ma non poteva, intanto i pantaloni di lui erano ai piedi con quelle grosse mutande di cotone sporche sopra .
“Su falle un pompino!” Ripetè volgarmente e senza nessuna grazia verso Daniela, Dofo.
Con umiliazione si inginocchiò davanti a Renzo che la osservava dall’alto, prendendo in mano il cazzo e in bocca la cappella maleodorante, vincendo il disgusto e i conati di vomito, come aveva fatto la sera prima con Dolfo e iniziò a leccarlo e poi a succhiarlo.
Silenziosa muovendo il capo avanti e indietro, e iniziò a spompinarlo, glielo prese in bocca e gli fece un pompino, con lui esagitato e incredulo che quella bella donna cittadina le succhiasse il cazzo.
Intanto Dolfo guardava eccitato quello che facevano, lei inginocchiata davanti a lui che lo leccava e succhiava e Renzo che pareva sul punto di scoppiare, la faccia paonazza e gli occhi fuori dalle orbite.
Daniela come una professionista riversava su di lui le sue capacità acquisite da quando aveva conosciuto Alberto e il Dottore. Le fece un pompino sotto gli occhi increduli di Renzo che mai aveva provato una bocca e un piacere simile, riversando anche lui il suo seme sul suo volto e sulla lingua di Daniela.
Quei trattamenti e anche peggiori, sarebbero durati tutto il mese, con Daniela che rotto ormai ogni indugio si sarebbe fatta possedere da Dolfo, nonché dai cani.
Al termine, sputando sul pavimento lo sperma come a decontaminarsi da quel cazzo che aveva tenuto in bocca e dal suo sperma, si pulì le labbra e il viso con uno straccio, mentre Bleck alzatosi, si avvicinò a lei annusandola.
“Eh!… Piace anche a Bleck la signora Daniela!… Anche lui vorrebbe farsi fare un pompino o montarla!” Disse ridendo a Renzo che stupidamente sorrise e annuì.
“Ma ora la chiavo un po’ io! “ Precisò eccitato:” Le ho promesso che se fa la brava e mi ubbidisce, non la faccio montare dai cani, ma la chiavo solo io… e te!” Aggiunse: ” Che sei mio amico.” Con un cenno della testa di Renzo che apprezzava quella considerazione.
Dolfo la fece alzare in piedi, mentre lui eccitato, come se fosse la cosa più naturale del mondo, le fece ancora tirare su il vestito fino alla figa, mentre di sotto rimaneva nuda senza nulla.
“Ora la chiavo un po’ io!” Esclamò accaldato guardando Renzo che sorrideva come un idiota, e prendendola per la vita la alzò di peso.
Lasciatemi subito!” Urlò Daniela spaventata e ignara di quello che le volevano fare sentendosi alzata di peso, mentre Dolfo la stringeva per la vita sollevandola e ridendo.
Sentì Dolfo infilare rudemente una mano fra le cosce e toccarle la figa, stimolandola per farla eccitare, attaccandosi al suo collo ed al suo seno con la bocca, mordendola e succhiandola, facendola sobbalzare ed urlare.
Lei lo sentì con le grosse dita fra le gambe che le stimolavano le piccole labbra per potere in seguito penetrarla.
Renzo ridendo come un cretino partecipò anche lui, le morse il seno facendola strillare di nuovo, mentre le sue mani ruvide ed impazienti la frugavano sul corpo senza delicatezza alcuna.
Dolfo la teneva stretta a se, e Daniela iniziò a sentire il suo cazzo contro il ventre farsi duro.
“Sei pronta troia!?” Esclamò eccitato Dolfo, per poi spingerla a terra.
La prese per i fianchi, costringendola a girarsi e mettersi a carponi. Tirò su la veste che era stata di sua moglie fino alla schiena , mettendole in mostra quel bel culo maturo e affondò il volto fra i suoi glutei incurante degli odori, leccando il suo sesso assieme al suo ano, da dietro, in modo animalesco come avrebbe fatto il cane, con la sua grossa ed umida lingua per farla bagnare di saliva, lubrificandola bene .
Le succhio frettolosamente il clitoride, e Daniela non riuscì a trattenere un gemito a quel contatto.
“Ohhh!!..”
“ Ma allora ti piace!… Sei proprio una puttana lo sai? Provocare un pover’uomo come me con la tua figa da signora di città.” Disse sarcastico, rituffandosi tra le sue natiche.
Le succhiò il clitoride con ancor più forza, come se fosse un capezzolo e l’urlo di Daniela fu un misto di frustrazione e piacere.
“Avanti, dillo!!… Dillo che sei una troia!” Esclamò Dolfo staccandosi e riprendendo subito a leccarla e succhiare velocemente, cercando di farla cedere.
Lei si morse il labbro, per costringersi a non gemere più. Lui la leccò con più rapidità, iniziando a penetrarla nuovamente con le dita e la lingua . Daniela si contorse come una anguilla per resistere, ma Dolfo con la lingua ci sapeva fare, mentre Renzo tenendola ferma ,con lo sguardo da ebete osservava sorridendo con aria da tonto.
“Basta-a-a!”Esclamò lei cercando di non gemere.
“No… devi dirlo. Dillo subito che sei una troia!” Esclamò Dolfo tirandole un forte sculaccione nella natica bianca, facendola urlare per il bruciore, per poi tornare a succhiare e leccare il clitoride.
Daniela stava per venire e non riusciva più a trattenersi. Dolfo sentì le grandi e le piccole labbra vaginali contrarsi in prossimità dell’orgasmo, e iniziò a muovere la lingua con più foga.
Daniela non fu più in grado di trattenersi, e venne urlando:
“Sono una troiaaaaaaaa!” Ansimando e gemendo scossa dall’orgasmo prorompente. Le gambe e le braccia tremarono, ma lui la sorresse per i fianchi senza farla accasciare al pavimento.
Senza pensarci troppo, puntò il suo grosso cazzo contro la vagina, ora perfettamente bagnata e lubrificata e con un colpo di reni la penetrò fino in fondo, facendola inarcare e strappandole l’ennesimo grido misto di dolore, piacere e sorpresa.
Sempre sotto lo sguardo da citrullo di Renzo, continuò a chiavarla con foga, muovendosi dentro lei velocemente col suo grosso e nodoso cazzo da contadino.
Dolfo godeva come un porco in quella stretta fessura di figa di città, ma ci avrebbe pensato il suo cazzo ad allargarla per lui.
Preso totalmente dagli istinti, s’accasciò come un animale con il torace ingrigito dai peli su di lei, costringendola e trattenendola sotto al suo peso. Le strinse il seno fra le mani, leccandole la schiena e il collo e gemendo al suo orecchio: “Ti piace! …Ti piace vero troia?! Sei solo una lurida puttana di città vogliosa di cazzo!… Di cazzoo! Su dillo!… Dillooo!!”Vociò più forte dandole un altro forte sculaccione sul gluteo.
“Si…si… lo sonooo!” Esclamò forte intimorita mentre Renzo rideva divertito.
Daniela s’era lasciata sopraffare, oltretutto Dolfo aveva veramente iniziato a farla godere.
Gemendo ed ansimando, e cercando di emulare il ritmo che l’uomo stava applicando su di lei per sentire meno i colpi in profondità contro l’utero, si lasciò andare con il ventre giù, spalancando le gambe in modo da farsi penetrare più profondamente e con più foga.
Lui con una mano l’accarezzava, mentre con l’altra stimolava il clitoride, facendola godere maggiormente.
“Dai! Toccala anche tu!… Su!” Esortò a Renzo che timido guardava, e allungando il braccio prese in mano una sua mammella penzolante e iniziò a stringerla e tormentarle i capezzoli, sbavando saliva sulla sua spalla, totalmente incapace di controllarsi dall’eccitazione.
“Hai una figa stupenda! Troppo stupenda per appartenere ad una vacca come te!” Esclamò Dolfo montandola come il toro faceva con la giumenta nel recinto qualche giorno prima.
La fece alzare quasi in piedi, facendole posare le mani sulla tavola ed inarcare la schiena all’indietro, mentre Renzo guardava e rideva tenendole il vestito tirato sulla schiena, e riprese a sculacciarla con forza facendole diventare le natiche rosse fuoco e brucianti.
“No!… Basta-a-a! Basta-a-a!!”
Mormorò Daniela, ma lui le spalancò il retro delle cosce senza alcuna grazia, tornando a penetrarla, senza curarsi che con i suoi colpi, sbattendo lei il ventre contro la tavola
potesse farsi male. Pensava solo al suo godimento, sculacciandola e continuando ad urlarle turpitudini d’ogni genere. Daniela sentiva i suoi testicoli grossi e penzolanti sbatterle contro il perineo e le grandi labbra, come se scandissero il ritmo di quella chiavata.
Dolfo aumentò improvvisamente la cadenza della penetrazione in modo quasi innaturale, muovendosi con fervore inumano.
“Sto per riempirti di sborra troia schifosa!” Le urlò mentre lei cercava di divincolarsi inutilmente per non farsi venire dentro.
“No! Noooo! Non mi venga dentro la pregooo!” Urlò Daniela terrorizzata sapendo di essere nei giorni fecondi, ma lui la costrinse contro la tavola senza mezzi per liberarsi e sfuggire.
“Oh, sto per godere puttana! Ooooohhhh! Godooo… Si cagna, lurida vacca puttana! Preparati! Sto per venirti dentro troia! Vengooooo!” Urlò con tutta la sua forza mentre il suo cazzo esplodeva dentro, continuando a sbatterla, schizzando in lei il suo caldo, senile e denso sperma riempiendola completamente.
Daniela sentendo il calore dello sperma arrivarle in vagina, in preda a un raptus, spinse d’istinto il sedere indietro penetrandosi di più e venne contemporaneamente a lui, inarcando la schiena nell’orgasmo e lasciandosi andare in un grido che si perse assieme all’urlo di Dolfo .
“Ooooooooooohhhhhhhhhh!!!!!!!!!!”
Poi si accasciò sulla tavola ansimando e tremando, tutta sudata, mentre Renzo accarezzandola ripeteva:” Che bellooo! Che belloooo!… L’hai chiavata!”
E cercando di prendere fiato, già sapendo che avrebbe dovuto sbrigarsi e muoversi prima di loro se non voleva subire altre angherie, ancora stordita si tirò su lasciando cadere la gonna del vestito ai piedi e si riordinò in fretta e furia.
Renzo la guardava, Dolfo si rassettò senza lavarsi, salutò l’amico fedele, felice di quello che era accaduto, che quella bella signora di città tutta profumata, grazie al suo amico Do… gli aveva fatto un pompino, e ancora non ci credeva e in più aveva visto lui chiavarla.
“Ora vai pure!” Gli disse Dolfo.
“Si! Si! “ Rispose lui chiedendo:” Posso venire domani!”
“Non so! Ti chiamerò io quando dovrai venire.”
“Sai Do… !” Così lo chiamava amichevolmente Renzo con il diminutivo.
” Vorrei chiavarla anch’io! Me la fai chiavare? Dai …siamo amici!” Gli disse infantilmente come se fosse un giocattolo, o come se gli chiedesse in prestito la bicicletta.
“Si! Si!… Te la faccio chiavare anche a te.” Gli rispose lui:” Ma ora vai, ti chiamo io quando è il momento.”
“Va bene!… Ciao Dolfo, sei un vero amico.” Disse e uscì con i cani che lo seguivano
scodinzolando, conoscendolo bene ormai. Poco dopo si senti l’avviamento del suo motorino e lui che si allontanava per la stradina.
Dolfo chiamò Daniela che era salita su, le disse di venire giù, lei scese, era piangente e impaurita sentendo ancora lo sperma che le usciva dalla figa e le colava all’interno delle cosce .
“Perchè mi è venuto dentro?… E se mi ha messa incinta?” Disse preoccupata e spaventata.” Io ho già una figlia di 18 anni!” Aggiunse tra le lacrime. Ma lui la rassicurò.
“Stai tranquilla, posso venirti dentro tutte le volte che voglio, sono sterile, è per questo che non ho figli .” Le rispose :” E poi alla mia età sarebbe difficile mettere incinta una donna. “ Lei a quelle parole si calmò, ma quello che aveva subito era ancora nulla in confronto a quello che le aspettava.
Dolfo le lanciò un grosso fazzoletto, Daniela pensò che avrebbe dovuto metterlo in testa come le aveva ordinato la mattina, invece le disse:”Legatelo bene intorno alla caviglia, fasciatela bene.”
Daniela non capiva:” Ma perchè ?!” Chiese.
“Perchè?… Lo capirai subito!” Rispose, tirando fuori da un pesante sacchetto di naylon, una lunga catena ad anelli di due centimetri.
” Mettila alla caviglia!” Ordinò aggiungendo:” Era per i cani, ma andrà bene anche per te. Ti terrò alla catena quando non ci sono e vado a lavorare, così non potrai scappare!” Le disse.
Daniela era incredula, sbalordita.
” Ma non può farmi questo, incatenarmi come una schiava! Non è umano!” Esclamò.
E lui con quel filo di sorriso perfido sulle labbra ribattè:” Come una schiava no, ma come una cagna si!” E dicendo così si abbassò, la fece girare sul fazzoletto alla caviglia e la chiuse con un lucchetto.
” Il suo clak di chiusura, fece venire i brividi e le lacrime agli occhi a Daniela che si guardò incredula il piede incatenato come le schiave.
Poi prese l’altro capo della catena e lo portò a un vecchio anello al muro, dove un tempo quando la cucina era una stalla ci legavano i tori o le mucche, la infilò, diede due giri anche lì e poi un altro clak di un altro lucchetto.
“Ora io vado in campagna a lavorare, tu preparami da mangiare per quando vengo. La catena è lunga dieci metri, ti puoi muovere bene in tutta la cucina, puoi andare anche a gabinetto se hai bisogno, ci arriva, e puoi anche uscire fuori nella’aia, ma stai attenta a Bleck e a Buck, loro, se non ci sono io,sono capaci di farti cadere a terra, strapparti con i denti la gonna del vestito e montarti davvero, ne sa qualcosa qualche tua predecessora .” Disse ridendo da solo.
Prese il cappello lo mise in capo e uscì.
Daniela si sedette sulla sedia e iniziò a piangere.
Era prigioniera e schiava di quell’uomo, di quella bestia umana.
”Ma che fine avrà fatto Alberto?” Si chiedeva …”E la mia Sabrina ? Chissà cosa starà facendo in questo momento, probabilmente studierà!” Pensava, non conoscendo la strada che le aveva fatto
prendere il perfido e perverso Dottore.
Come una serva qualsiasi, aprì gli sportelli e cercò qualcosa da preparare, non era pratica, lei mangiava poco per via delle diete, prosciutto e assimilati, oppure yogurt o in genere andava al ristorante. E ora doveva fare da mangiare per quella bestia umana e per i suoi cani, tutti cibi grassi , ipercalorici che lei odiava ed era obbligata a mangiarli anch’essa, sotto la minaccia di farla montare dai cani e si doveva riempire davanti a lui fino quasi al vomito e ogni giorno sempre di più, come una mucca messa all’ingrasso.
Passati i primi giorni, pur temendolo, alternava momenti di odio e di pena nei confronti di Dolfo, ma sapeva che con tutto ciò che era un contadino, aveva una mente fine, sottile e a suo modo psicologica.
Quando Dolfo verso sera ritornò ed entrò in casa preceduto dai cani , prese le chiavi in tasca e liberò Daniela dalla catena al piede, fu per lei un senso di liberazione anche interiore, non solo fisico ma anche psicologico.
Poi le fece togliere il vestito.
“Stasera mi servirai nuda!” Esclamò. Lei impaurita ubbidì e lo tolse restando con nulla addosso ad eccezione degli scarponcini.
Dolfo si sedette e cenò in silenzio con quello che Daniela gli aveva preparato, minestrone e bistecche con patate bollite.
Lei si portò poco distante.“Le piace?” Chiese tremante.
“Si è buona, ma devi imparare ancora, siediti qui e mangia anche tu assieme a me e tutto!” La esortò.
Lei si sedette con il suo piatto colmo come voleva lui di minestrone e sforzandosi iniziò a cenare, passando una volta finito il primo, per volontà di Dolfo a mangiare obbligata una grossa bistecca con le patate e il formaggio. Tutto in silenzio. Non era abituata a quei pasti copiosi e ipercalorici , ma come una bambina , doveva mangiare.
Le parole esplosero improvvise nel silenzio della cucina, rotto solamente dal fruscio dei cani che giravano attorno alla tavola facendola sobbalzare ai loro colpi per prendere gli avanzi che Dolfo gli lanciava sotto.
La voce forte e maschile di Dolfo , le causava smarrimento e confusione.
Si alzò, andò al lavandino e si voltò guardando in direzione della tavola, vedendo la sagoma di lui che si stagliava in controluce senza riuscire a individuarne le espressioni.
Bleck il molossoide si avvicino e le annusò all’improvviso il sedere, appoggiandole il muso sul solco intergluteo del culo iniziando a leccarlo. Daniela si girò di scatto e vedendolo tutto nero con i suoi occhi rossi fissarla mentre le leccava il solco intragluteo, ripresasi dalla sorpresa, urlò verso il cane di andare via: “Via! Vai via!…Via!” Urlò schifata, spostandosi con il sedere e gesticolando con una mano dietro di se per allontanarlo, mentre con l’altra bagnata, si copriva la figa per paura che le leccasse anche quella.
Dolfo rise:” Ha…ha…ha…ha…!!! Ha sentito l’odore di femmina, ci piace la tua figa a Bleck!” Esclamò nel suo modo di parlare, aggiungendo:” Lasciatelo leccare il culo, te lo pulisce e vedrai che poi ti piacerà… .”
Ma Daniela rabbrividì a quel pensiero mentre con una mano cercava istintivamente di coprirsi le parti intime davanti e dietro.
Non sapeva cosa fare, una situazione del genere era inconsueta per lei, certo non poteva dare retta a Dolfo e lasciarselo leccare, ma Bleck guardandola continuava a gironzolarle attorno muovendo il moncone della coda e sotto pendente e sfoderato il suo pene, mentre lei nuda cercava di allontanarlo.
Il suo vestito era sul divano e per raggiungerlo doveva attraversare la cucina, dove c’era anche il grosso pastore tedesco. Si guardò intorno smarrita e la prima cosa che vide fu un sacco di tela, di quelli usati per il trasporto del granoturco, appeso al muro, pieno di polvere e parzialmente scucito, aperto come una tovaglia, lo prese svelta e lo avvolse attorno a coprirsi il corpo. Era ridicola conciata in quel modo, ma anche se sommariamente, almeno era coperta.
Dolfo vedendola, sorseggiando a tratti il vino rosso scoppiò in una fragorosa risata . Tirò fuori dal taschino della camicia un mezzo sigaro toscano, lo accese e iniziò a fumarlo alla visione di Daniela coperta dal sacco.
“Ha..ha.. ha..ha.. ha…Certo che stavi meglio prima!” Disse rivolto al goffo fagotto di tela che indossava avvicinandosi a lui.
Lei rossa e sudata dall’agitazione e dal caldo gli chiese:”Tenga lontano il cane per favore, lo sa che mi fa paura … .”
Ma Dolfo era come se non sentisse e la osservava, era bella e giovane per lui Daniela, anche se spettinata e trasandata dentro un sacco di tela. La guardava incuriosito e la ricordava giorni prima appena arrivata, ben vestita nel tailleur, curata e profumata, con le scarpe lucide e il viso sorridente. Solo su alcune riviste o fotoromanzi aveva avuto modo di vedere donne così belle, curate nella persona e nell’abbigliamento.
Era quasi intimidito e nello stesso tempo attratto dai modi eleganti che aveva innati in lei quando si muoveva, e da quella voce suadente, calda e armoniosa che parlava un italiano perfetto, istruito, senza inflessioni dialettali.
“Signora, gradirei un bicchiere d’acqua, il sigaro mi ha fatto venire sete.” Disse sarcastico
chiamandola signora, mentre spegneva il mezzo toscano schiacciandolo sotto lo scarpone muovendolo sul pavimento che lei aveva pulito e avrebbe dovuto rifare poco dopo.
Il sentirsi chiamare “signora” a Daniela fece uno strano effetto, d’istinto allontanò una ciocca di capelli dagli occhi che con il sudore le si erano appiccicati alla fronte, si girò non curante di lui, alzò il busto dandosi un contegno e s’incamminò con aria sicura verso i fornelli.
Il sacco di tela ruvida le grattava i capezzoli, già resi sensibili dalle precedenti manipolazioni di Dolfo, provocandole sensazioni fastidiose e piacevoli ma non volute, che la facevano diventare ancora più rossa e sudata.
Stranamente quella inconsueta situazione le stava procurando un turbamento nuovo per lei. Mentre camminava si accorse di essere bagnata nel corpo e fra le cosce non distinguendo se era sudore o peggio umori di eccitazione.
Intanto Dolfo con il suo sguardo cattivo, spiando tra le pieghe del sacco, le ricordava che era un impiegata di Banca, anzi una direttrice.
“Tu sei una direttrice e ora fai la mia serva!” Esclamò ridendo dondolando il busto sulla vecchia sedia di legno.
Daniela si spostò quasi in punta di piedi per prendere dalla tavola i piatti e le stoviglie sporche e portarli nel secchio con l’acqua sul lavandino, per metterli a bagno con del detersivo prima di lavarli. Si chinò in basso per raccogliere un pezzo di pane caduto e nel fare quel movimento mise inconsapevolmente in mostra buona parte del sedere, e Bleck arrivò all’improvviso dietro lei annusandola ancora tra le cosce.
“Eh ci piaci proprio a Bleck!” Esclamò Dolfo sorridente:” Finirà che prima o poi ti monta davvero vedrai!” Esclamò facendo trasalire Daniela.
“La smetta la prego con questi discorsi.” Disse lei.” Lo sa che mi spaventano.”
Nella sua ingenuità e momentanea confusione non si rendeva conto dello spettacolo che offriva e che il cane seguiva ogni suo movimento.
Ascoltava spaventata quella voce, calda e rauca di Dolfo che le incuteva timore con quelle parole, era come ipnotizzata dalla sottomissione di quella situazione.
Non era abituata ad avere dei cani che le giravano attorno annusandola con l’intenzione di montarla e ne era terrorizzata. E comunque anche in quegli atteggiamenti di vera paura, mentre parlava quasi balbettando, emanava un fascino irresistibile, a cui anche Dolfo non era insensibile.
Lui accortosi dell’ingenuità di Daniela e dell’effetto di timore che aveva di lui e delle sue parole, parlava in continuazione con frasi che lei non era solita sentire nella sua cultura ed educazione e che faceva fatica a comprendere spaventandola.
Si sentiva colma e gonfia nei movimenti per quei pasti abbondanti e nel piegarsi iniziava a sentire difficoltà alla rotondità che stava prendendo l’addome, cosa che non aveva mai avuto, sentiva la pienezza anche interiore e faceva aria abbondantemente e all’improvviso senza riuscire a controllarla come faceva prima.
Dolfo aspettò che passasse davanti un’ennesima volta e fingendo una distrazione rovesciò del vino sul pavimento.
“Oh ..che sbadato!” Esclamò.
” Non si preoccupi, rimedio subito!” Disse Daniela con malcelata costernazione osservandolo. Capì che era stato un gesto voluto e intuì cosa doveva fare e inginocchiandosi asciugò il vino con il tovagliolo.
“ Brava! Così devi essere pronta e disponibile a tutto!” Disse, mentre lei agitata cercava di
asciugare bene.
Daniela era piegata, quasi perpendicolare a Dolfo che vicino a lei, le vedeva le gambe fino all’attaccatura delle cosce ai glutei, dove arrivava la tela del sacco .
La situazione che si era venuta a creare e la visione di quella carne bianca e morbida del retro cosce provocò in lui una evidente eccitazione. Le posò la mano sul retro di una gamba, in una leggera carezza, rimasero un attimo entrambi immobili, in attesa. La mano si fece più audace e salì oltre il ginocchio muovendosi sulla coscia e alternativamente da una all’altra in un leggero massaggio, mentre a lei con il capo girato indietro Dolfo la fissava negli occhi.
Daniela piegata guardava quell’uomo accanto a lei impietrita, non riusciva a fare alcun movimento tanto era piacevole e pauroso quel contatto perverso sulla sua pelle, mentre il cane le girava attorno.
La mano intanto saliva sempre più e le stava solleticando l’interno delle cosce, lei non riusciva ad opporsi, la sua volontà era come annullata dalla paura e dal piacere che stranamente provava, il turbamento era così forte… che chiuse gli occhi e lasciò fare.
Dolfo aveva capito che la situazione era completamente nelle sue mani e senza più esitazioni, sempre lasciandola in ginocchio si girò verso lei che aveva la testa all’altezza giusta, alzò con decisione il bordo del sacco mettendo allo scoperto la figa e si aiutò con le dita scoprendo la fessura rosea già abbondantemente impregnata di liquido biancastro.
Nonostante l’odore di selvatico e poco pulito che aveva preso a emanare anche la figa di Daniela, non particolarmente invitante, Dolfo affondò il viso tra le sue cosce, leccando e percorrendo con la lingua il solco umido, soffermandosi a succhiare con delicatezza la sporgenza carnosa che turgida e congestionata faceva capolino tra le grandi labbra. Daniela con riflesso incondizionato, allargava sempre più le cosce per godere appieno di quel trattamento che le procurava sensazioni piacevoli e che non credeva mai che la rudezza e la cattiveria di quell’uomo potessero darle.
Quello strano piacere ricevuto e accettato da quell’uomo, quella bestia umana, le faceva paura, aveva qualcosa di morboso e depravante e temeva di adattarsi, di provare un nuovo tipo di piacere che lei non voleva, più perverso di quello che le aveva fatto provare il Dottore.
Non abituata a quel tipo di attenzione, non riusciva neanche a pensare, la sua mente era
completamente svuotata dal timore, l’unica cosa importante in quel momento era che le sensazioni e il piacere che provava non avessero mai fine.
Dolfo, anche lui al culmine dell’eccitazione, si alzò, liberò dal sacco Daniela , lasciandola
nuovamente nuda e mentre Bleck gironzolava attorno eccitato ma timoroso del suo padrone, la tirò su e la fece piegare ancora sopra il tavolo della cucina a pancia sotto, la posizione che lui preferiva, che era quella in cui prendeva anche sua moglie quando era in vita. Si abbassò ancora i calzoni e le mutande fino al ginocchio sfoderando un duro, teso e nodoso cazzo che prepotentemente puntava la grossa e pulsante cappella violacea verso il pallido e tenero sedere davanti a lui.
Affondò senza nessuna fatica il cazzo in quella carne morbida e accogliente, facendosi largo nella figa glabra con i peli in crescita, già inzuppata di umori.
Iniziò a chiavare con foga, facendo sbattere violentemente lo scroto contro quel soffice cuscino di carne morbida.
Passò le braccia sotto il busto di Daniela, afferrandole saldamente le mammelle, strizzandole senza alcun riguardo, con i capezzoli ormai duri come il marmo, segno chiaro che anche a lei piacevano le manipolazioni di Dolfo.
Si muoveva all’interno di lei in profondità con cadenza regolare, toccandole l’utero con il glande, godendo del calore e della morbida carezza delle pareti vaginali intrise di umori che facevano al suo cazzo mentre scorreva dentro.
Daniela non avrebbe mai immaginato che quell’uomo fosse capace di donarle sensazioni così piacevoli, accendendole in quel modo i sensi.
Il formicolio che aveva fra le gambe e gli spasmi al basso ventre la facevano sobbalzare sul tavolaccio, tra la tovaglia macchiata di vino e il dondolio dei bicchieri e lasciò che l’onda del piacere la travolgesse in un orgasmo violento, squassante, d’intensità e di durata incredibile, che gli spasmi del godimento le giungessero a ondate successive facendola contorcere come una anguilla.
Urlava e singhiozzava incontrollatamente perchè non voleva godere con quell’uomo, con quella bestia, graffiando con le dita la tovaglia e il tavolo fino a rompersi le lunghe unghie.
Dolfo che fino a quel momento aveva tenuto, non riuscì a resistere oltre e con ultimi poderosi colpi di reni si svuotò completamente in lei, lasciandosi poi cadere esausto e sudato sulla sua schiena.
Rimasero così uniti, incollati dal sudore, l’uno sopra l’altro, per alcuni lunghi minuti, con Bleck che annusava e leccava le gambe di lei, finché il loro ritmo respiratorio non cominciò a tornare alla normalità.
Daniela, ritrovato un barlume di lucidità, scalciando allontanò il cane e come fulminata, si ricordò di Alberto e con un’espressione di terrore si lasciò sfuggire un urlo strozzato.
“Alberto!!… .” lasciò la frase in sospeso, non sapeva cos’altro aggiungere, si girò verso Dolfo guardandolo smarrita, e lui con il suo ghigno trionfale per averla fatta godere senza costrizione, sbarrò gli occhi e sorrise.

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